Stefano Rizzoli
Sindaco
Comune di Monte San Pietro
Presidente del Comitato di Distretto

 

Presentazione

Mi sono iscritto al PCI perché a mio avviso era l’unico partito che si occupasse degli ultimi e anche dei penultimi. I miei due nonni erano entrambi socialisti, ma non è da loro che ho ereditato le mie convinzioni. I miei genitori non erano di quell’orientamento. È stata un’evoluzione personale. La constatazione che il partito che stava con chi aveva meno era sempre quello. La DC non era mai dalla parte dei lavoratori per come la vedevo io.

Stefano Rizzoli nasce a Bologna il 24 aprile 1950, “in pieno centro storico, in casa dei nonni paterni, che era in via San Vitale, al 114, proprio sopra a quella che diventò la sede dell’Istituto per le Scienze Religiose fondato da Dossetti nel 1952”.

Il padre è un militare di carriera, partito giovanissimo per l’Africa, catturato durante la guerra e rimasto prigioniero in Kenia per tutto il tempo del conflitto; la mamma è casalinga, trasferita da Budrio a Bologna con il matrimonio. Stefano ha una sorella poco più giovane di lui.

I due nonni sono artigiani. Quello paterno è aggiustatore meccanico, e lavora alla Manifattura Tabacchi, quello materno è falegname. “Tornassi a nascere farei l’artigiano. Mi piace molto fare. Fare con le mani. Vedere finire qualcosa dà soddisfazione”.

Vissuto sempre in città, a ventinove anni, quando si sposa, si trasferisce a Monteveglio. “Quando fossi andato in pensione, sognavo di andare a vivere in campagna. Ho anticipato il sogno di quarant’anni”.

A Monteveglio va a vivere insieme a un gruppo di amici che formavano “una specie di comune”. La casa è grande. Tre coppie condividono gli stessi spazi al piano terreno, altre due occupano due appartamenti autonomi al piano di sopra. Dei due appartamenti uno è quello di Stefano e di sua moglie.

“La struttura era un fienile del quale sono stati conservati solo i muri esterni. Tutto il resto è stato ricostruito. Ricordo ancora dov’è la prima pietra che ho fissato. È stata un’esperienza interessante perché impari a fare un sacco di cose. Io facevo il manovale, in totale pari opportunità con mia moglie. Un amico ci fece da idraulico e uno da elettricista. Ci facemmo aiutare, solo per le operazioni più difficili, da un muratore in pensione. Quando gli dissi quanto ci avevo messo a fare un pezzo di muro… otto ore… lui mi rispose con una risata che, a farlo proprio bene senza correre, non ci voleva più di un’ora. Possiamo dire di essercela costruita noi la casa, con tutti i difetti che vengono fuori quando uno fa le cose con estrema lentezza ma grande incompetenza. Questo è successo nel 1979. Quasi una vita fa. È la casa dove sto da più di trent’anni e nonostante tutta la nostra inesperienza ancora funziona tutto”.

 

Il percorso scolastico di Stefano si svolge a Bologna. Al seguito delle migrazioni familiari, prima dal centro storico a Via Emilia Ponente, poi a Via Massarenti.

Scuole elementari vicino a Via Battindarno, fino a metà della terza, alle Gozzadini per la seconda metà; quarta, quinta e Scuole Medie alle Giordani, in Via Libia. Scuole Superiori alle Aldini Valeriani. “Per la mia classe l’aula era allora in Via Galliera, in Palazzo Montanari. Lì si facevano le lezioni teoriche. Ginnastica si faceva allo sferisterio, officina in Via Don Minzoni, dove adesso c’è il Museo di Arte Moderna, e il laboratorio di chimica era in Via Castiglione nella sede storica delle Aldini Valeriani. Se non stavi attento andavi nel posto sbagliato… Si faceva un orario pesantissimo. Orario di fabbrica. Dalle otto alle dodici e dalle due alle sei. Il sabato si finiva a mezzogiorno e il martedì alle due, perché si facevano sei ore filate. Alla sera, al sabato pomeriggio e alla domenica si studiava”.

Finite le superiori, Stefano si iscrive all’Università. Facoltà di Chimica Industriale.

“Scelsi l’indirizzo di Chimica Industriale. Era il 1969 e all’epoca sembrava la cosa più promettente. In realtà non è stato così. Sia perché, tra gli anni dell’Università e il servizio militare, sono arrivato in ritardo sui tempi dello sviluppo industriale, che era già in declino, sia perché settori della chimica che poi hanno preso forza, come la chimica ambientale e la biochimica, non erano ancora sviluppati. Il primo rapporto sul limite dello sviluppo deve essere del 1974. Ma allora quasi nessuno parlava di ambiente”.

Mentre studia, Stefano lavora. In casa non ci sono molti soldi e la scelta è obbligata.

“Lavoravo dalle cinque alle dieci di mattina, poi correvo a prendere le ultime lezioni. Facevo il fattorino da un fornaio che stava in via Massarenti, vicino a casa. Arrivavo lì, trovavo il camion di pane che dovevo distribuire, scaricavo, poi tornavo che ce n’era un altro pronto. È stato faticoso. Ho fatto tutta l’Università facendo il fattorino. Tranne l’ultimo anno, perché volevo preparare la tesi in maniera seria facendo almeno l’ultimo anno solo lo studente. Quell’anno l’ho fatto lavorando otto ore al giorno nel laboratorio di Organica 2. Un’attività di ricerca nella quale non abbiamo trovato niente. Perché succede anche così quando cerchi… di non trovare niente”.

Intanto Stefano ha fatto un anno di militare, approfittando dell’opportunità, per gli studenti a fine percorso, di farlo nella città sede universitaria.

Laureato nel 1977, comincia subito a lavorare come supplente in Provincia di Rovigo, prima insegnando matematica a Rosolina e Donata, poi chimica nelle Scuole Superiori del capoluogo provinciale, e contemporaneamente come tecnico di laboratorio allo zuccherificio di San Pietro in Casale.

“Volevo mettere su famiglia, e siccome ero precario, cercavo di garantirmi uno stipendio mensile in questo modo. Da settembre a giugno lavoravo a scuola e da giugno a ottobre allo zuccherificio. Quando c’era sovrapposizione, uscivo di casa alle cinque del mattino e tornavo alle undici di sera. Prima andavo a far scuola, poi andavo a fare otto ore in fabbrica, a San Pietro in Casale, che per fortuna era sulla strada per tornare a Monteveglio da Rovigo”.

Stefano mantiene questo ritmo per sette anni, dal 1977 al 1984, quando entra di ruolo. Nel 1986 viene trasferito a Vignola e i ritmi diventano più sostenibili. A Vignola insegna all’Istituto Tecnico che era allora sede distaccata del Corni di Modena e che poi diventa l’attuale Primo Levi del quale è ancora dipendente, in aspettativa per svolgere l’incarico di Sindaco.

 

Il percorso politico di Stefano si formalizza con l’iscrizione al PCI nel 1986.

“Mi sono iscritto al PCI perché a mio avviso era l’unico partito che si occupasse degli ultimi e anche dei penultimi. I miei due nonni erano entrambi socialisti, ma non è da loro che ho ereditato le mie convinzioni. I miei genitori non erano di quell’orientamento. È stata un’evoluzione personale. La constatazione che il partito che stava con chi aveva meno era sempre quello. La DC non era mai dalla parte dei lavoratori per come la vedevo io. Ho cominciato a fare attività politica volontaria nel PCI di Monteveglio. Mi chiesero di fare il segretario del partito nel 1989 e l’ho fatto per circa dieci anni, con tutto quello che comportava. Soprattutto le Feste dell’Unità, che a Monteveglio erano un impegno notevole, con circa trenta/trentacinque giorni all’anno di apertura. E guai se andavi in ferie quando c’erano le Feste. C’era una militanza molto più serrata di adesso”.

Consigliere comunale a Monteveglio, dal 1995 al 1999, svolge funzioni di capogruppo ed è nominato assessore per la Comunità Montana Valle del Samoggia con deleghe a Politiche Sociali, Cultura e Pubblica Istruzione. Dal 1999 al 2009 è assessore a Monte San Pietro con deleghe a Politiche Sociali, Cultura e Pubblica Istruzione.

Nel 2009 il PD di Monte San Pietro propone a Stefano la candidatura a Sindaco. Ci sono tre possibilità. Oltre a lui, Loretta Carlini e Pierluigi Costa. Nonostante Stefano preferisca che la scelta non cada su di lui, di fronte al rifiuto degli altri, accetta di candidarsi, ponendo però le condizioni che Carlini e Costa facciano parte della Giunta, come di fatto avviene.

Ricandidatosi nel 2014 è rieletto a Sindaco per un nuovo mandato con una Giunta largamente rinnovata.

“Ho sempre fatto attività politica periferica. Sul territorio. Sono ovviamente nella giunta dell’Unione che deve essere composta dai Sindaci dei Comuni che ne fanno parte. Per il resto non ho nessun incarico. Non sopporto le autocandidature. Ho sempre inteso la politica come un servizio volontario. Oggi faccio il Sindaco e non riuscirei a fare nient’altro”.

 

Amante dei viaggi ha girato tutta l’Italia e buona parte dell’Europa. Ha cominciato a viaggiare con una FIAT 500 (“nel 1972 facemmo, con quattro coppie di amici, una carovana di quattro 500 e andammo fino in Turchia”), continuando poi su un vecchio furgone attrezzato col fai da te.

Dal Portogallo alla Russia sovietica, dalla Finlandia alla Bulgaria, dalla Spagna alla Svezia, dall’Inghilterra alla Romania.

“Non mi piace l’ozio. Non sopporto le vacanze in cui si sta sdraiati al mare per una settimana a non far nulla. Mi piace vedere, conoscere, confrontarmi con altri modi di vivere e di pensare. Spesso crediamo di saperla più lunga di latri, invece ci sono persone, in altri paesi d’Europa, che vivono molto meglio di noi”.

 

Attualmente Stefano vive a Monteveglio con la moglie Nadia (“una conoscenza stagionata… ci frequentiamo più o meno assiduamente da quando lei aveva quindici anni e io diciassette”) e il figlio Marco (1982).

 

Autovalutazione

Non sono un grande comunicatore. Preferisco che siano gli altri a interessarsi e a elaborare le cose senza che gliele si debba raccontare in modo più o meno accattivante. Mi piace l’estrema concretezza. Cerco sempre di dire le cose per quello che sono.

Quanto senti politicamente di riuscire a mantenere e consolidare relazioni?

“Considerato che a Monte San Pietro, per cinque anni, abbiamo amministrato con una coalizione piuttosto complicata e ampia, che ha tenuto insieme dai Verdi a SEL e alle diverse anime del PD, mi sembra di poter dire che fin qui le relazioni sono state abbastanza buone… anche se con inevitabili momenti di frizione, che si sono però sempre superati con una mediazione accettabile, tant’è che è stato possibile ripresentare alle elezioni del maggio 2014 una coalizione formata da PD, SEL e Verdi e, cosa più importante, che gli elettori l’hanno premiata, riconfermandola alla guida di Monte San Pietro”.

 

Quanto senti politicamente di riuscire a gestire conflitti?

“Credo di avere la pazienza necessaria per ascoltare tutti e, se possibile, per trovare mediazioni”.

 

Quanto senti politicamente di riuscire a comunicare?

“Non sono un grande comunicatore. Preferisco che siano gli altri a interessarsi e a elaborare le cose senza che gliele si debba raccontare in modo più o meno accattivante. Mi piace l’estrema concretezza. Cerco sempre di dire le cose per quello che sono. Non sopporto la comunicazione politica quando assomiglia a ciò che fanno i venditori di fumo o gli imbonitori bravi solo a raccontare frottole o a ‘confezionare’ cose modeste in modo da farle apparire straordinarie”.

 

Quanto senti politicamente di riuscire a risolvere problemi?

“Ci provo e credo anche di riuscire a ottenere qualche risultato, qui a Monte San Pietro. E poi, con la carica che ricopri, quando fai il Sindaco, ti ascoltano a volte anche più del dovuto”.

 

Quanto peso politico senti di avere?

“A Monte San Pietro forse anche troppo, fuori da Monte San Pietro niente”.

 

Quanta leadership senti di avere?

“Pochissima ma, a dire il vero, non la cerco neanche. Non mi do l’obiettivo di essere un leader, perché credo che leader lo diventi inconsapevolmente, senza volerlo o cercarlo, se hai delle doti che altri ti riconoscono. Se ti rendi conto che ti cercano, perché vogliono il tuo parere, che ascoltano ciò che dici e seguono i tuoi consigli, allora forse sei un leader. Qualcuno però confonde la propria carica con il ruolo di leader. Se oggi ti chiedono qualcosa è perché hai questa carica, domani chiederanno a qualcun altro. Bisogna tenere i piedi molto ben ancorati a terra”.

 

Riflessione

La solidarietà è qualcosa che viene prima della sussidiarietà e che riguarda le persone. Credo che solidale voglia dire ‘rispondere in solido’, tutti insieme, alla difficoltà degli altri. Per essere sintetici non credo che uno possa dire che sta bene quando attorno a lui gli altri stanno male. La voglia di occuparsi di chi è in difficoltà dovrebbe essere alla base di tutto.

Poi intendo la solidarietà in una maniera molto istituzionale, nel senso che credo che una collettività nazionale dovrebbe avere l’obbligo della solidarietà, che significa garantire a tutti assistenza sanitaria, sociale, sicurezza, istruzione e un lavoro, e che questo si realizzi attraverso una politica fiscale molto puntuale. Non sopporto gli evasori fiscali! In questo modo nessuno si dovrebbe sentire solo se gli capita un problema, una malattia o una disgrazia.

Qual è la tua idea di sovracomunalità?

La sovracomunalità deve tendere a dare a tutti le stesse opportunità e gli stessi Servizi. Con tutti intendo i cittadini di tutti i Comuni. Poi si tratta di un obiettivo che richiede tempi lunghi. Nel Distretto, per esempio, con la nascita di ASC abbiamo fatto un primo passo per far sì che da Savigno a Casalecchio tutti i cittadini possano avere gli stessi Servizi. Certo, Savigno non è ancora come Casalecchio, e molto cambierà con la fusione dei cinque comuni della Valsamoggia… Questo per dire che è un obiettivo alto e che il percorso per attuarlo è molto difficile. Però l’idea è quella di arrivare lì. A una maggiore capacità di rispondere agli stessi bisogni nello stesso modo”.

 

Qual è la tua idea di sussidiarietà?

“Se penso alla sussidarietà tra Comuni debbo dire che abbiamo parlato diverse volte di costituire dei fondi sovracomunali per supportare i Comuni in difficoltà. Una sorta di assicurazione. Però ci sono dei limiti anche normativi, per cui fai fatica a dire spendo soldi per un altro Comune… anzi è assolutamente vietato. Bisognerebbe trovare il modo per aiutare chi è in difficoltà.  Quello che cerchiamo di fare è di pensare tutti insieme a quelli che sono i problemi di tutti. Altrettanto complessa è la sussidarietà pubblico-privato: nel Piano di Zona ci si puntava, a mio avviso, con scarsi risultati. Spesso ho trovato privati disposti alla sussidarietà, ma con risorse pubbliche”.

 

Qual è la tua idea di solidarietà?

“La solidarietà è qualcosa che viene prima della sussidiarietà e che riguarda le persone. Credo che solidale voglia dire ‘rispondere in solido’, tutti insieme, alla difficoltà degli altri. Per essere sintetici non credo che uno possa dire che sta bene quando attorno a lui gli altri stanno male. La voglia di occuparsi di chi è in difficoltà dovrebbe essere alla base di tutto.

Poi intendo la solidarietà in una maniera molto istituzionale, nel senso che credo che una collettività nazionale dovrebbe avere l’obbligo della solidarietà, che significa garantire a tutti assistenza sanitaria, sociale, sicurezza, istruzione e un lavoro, e che questo si realizzi attraverso una politica fiscale molto puntuale. Non sopporto gli evasori fiscali! In questo modo nessuno si dovrebbe sentire solo se gli capita un problema, una malattia o una disgrazia. In questo credo assolutamente nel primato del pubblico rispetto al privato”.

 

Qual è la tua idea di omogeneità?

“Parlerei piuttosto di uguaglianza delle opportunità e dei diritti. Questa è l’unica omogeneità che intendo. Poi spartire in modo omogeneo il peso/equo della solidarietà, che io vorrei a livello nazionale… e torniamo alla politica fiscale. Caricare tutti, in modo omogeneo, del peso dei bisogni e delle disgrazie che colpisono i nostri cittadini. Personalmente sono ben contento di aver pagato fino ad adesso un sacco di soldi al Servizio Sanitario Nazionale, anche se non mi sono mai ammalato. Vorrei avere la consapevolezza che, quando dovesse capitare qualcosa a me, posso curarmi senza spendere un soldo.

Ad esempio… recentemente i media hanno raccontato di un trapianto di cuore avvenuto in questo modo: il cuore per il trapianto si è reso disponibile lontano dalla residenza dell’ammalato, allora hanno caricato il paziente su un’ambulanza, e l’ambulanza su un C130 dell’aeronautica militare, che lo ha trasportato dove il cuore nuovo era ad attenderlo in sala operatoria. Tutto questo a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Nessuna assicurazione privata può garantire a tutti, non solo a pochi miliardari, un trattamento così. Può farlo solo la solidarietà nazionale del Servizio Ssanitaria Nazionale”.

 

Qual è la tua idea di condivisione/differenziazione?

“La condivisione è quella degli indirizzi generali.

Da quando sono in Distretto ho trovato condiviso un bellissimo principio: quello della domiciliarità che ha significato far tutto il possibile per mantenere gli anziani nel loro contesto familiare allontanando o evitando il ricovero in Case Protette. Penso che su obiettivi come questo si debba essere tutti d’accordo… poi ci si può arrivare con proposte e risposte differenziate. Un altro progetto interessante per quanto riguarda l’inserimento di ragazzi disabili nelle scuole è quello dell’educatore di plesso. Non credo però che, nel campo dei Servizi alla persona si possano fare, con meno soldi, le stesse cose che si facevano con più soldi. Proposte di questo genere penso debbano essere condivise, e dotate delle risorse necessarie, perché rispondono a un principio di equità: non ghettizzare e favorire il mantenimento di una buona qualità della vita per anziani e disabili. La condivisione delle strategie è importante, perché aiuta avere un punto di riferimento unitario e una serie di obiettivi comuni. Poter dire tutti insieme: ‘Vorremmo arrivare là’”.

 

Quanto senti significative e incisive le Politiche di Pari Opportunità all’interno di ASC InSieme?

Mi sembra che in ASC ci sia una sostanziale attenzione alla questione. Quanto si riesca a incidere è più difficile dirlo. Se guardiamo quello che succede oggi, come questa crisi sta colpendo molto più le donne degli uomini, penso che ci sia ancora molto da fare. Qui a Monte San Pietro, a causa della diminuzione delle domande, il prossimo anno ridurremo significativamente le sezioni di nido. È un segnale di come la società risponde alla crisi… lasciando a casa dal lavoro prima di tutto le donne. Ma la soluzione di questi problemi non è una competenza di ASC”.