Massimo Bosso
Sindaco
Comune di Casalecchio di Reno
Presidente dell'Unione dei Comuni Valli del Reno, Lavino e Samoggia

 

Presentazione

Mi è difficile dire se volutamente o meno, ma sono sempre stato un riferimento per gli altri. Una caratteristica che molte persone vedono in me è quella di essere rappresentativo delle loro esigenze. Forse perché sono una persona tendenzialmente tranquilla e riflessiva, un mediatore… Appena entrato alla Scuola superiore venni eletto come rappresentante di classe e lo stesso si ripropose anche all’Università, nei pochi anni che la frequentai, prima a Economia e Commercio e poi a Scienze Politiche.

Massimo Bosso nasce il 15 gennaio 1958 a Casalecchio di Reno. La famiglia paterna, originaria del Lazio, migra per tutta l’Italia, al seguito del nonno ferroviere, fino a fermarsi nei pressi di Bologna dove arriva per sfollamento durante la guerra. La madre, originaria di un piccolo paese della Lunigiana, arriva a Bologna nel dopoguerra. “Mia nonna e le sue due figlie, mia madre e sua sorella, facevano le ambulanti. Andavano in giro in bicicletta, vendendo maglie porta a porta, fino a quando mia madre conosce mio padre e decide di lasciare il suo paese e di sposarsi”.

Anche il padre di Massimo lavora per le ferrovie, prima per una ditta che si occupa di pulizie e poi come ferroviere vero e proprio; la mamma invece si impiega come operaia alla Giordani dove resta occupata per oltre vent’anni. La vita della famiglia Bosso scorre all’interno dei confini geografici e sociali di Casalecchio.

Il padre, che si riconosce nell’area cattolica, e segue la politica locale, è il primo riferimento di un interesse che anche in Massimo si manifesta molto presto. Più che per i contenuti, forse, per lo stile. “Mio padre si dava molto da fare, anche in casa faceva molto, ed era sempre presente. Era un mediatore, capace di cucire le relazioni tra noi fratelli e di coltivare i rapporti fuori dalla famiglia. Non posso dire di avere seguito la sua strada (sia perché non mi sono mai riconosciuto nel mondo cattolico, sia perché, rispetto a lui, che non ha mai fatto politica, io mi sono fortemente impegnato su questa strada), ma in qualche modo ho tratto da lui un esempio importante di rigore e di responsabilità”.

La madre è una figura di sfondo. “Era il contrario di mio padre. Meno rigorosa, anche con se stessa, e più libera, fino all’eccesso di un desiderio di autonomia persino superiore alle sue possibilità materiali. Ha subito il lavoro con fatica, pur essendo una donna dal carattere forte, che è stata capace di superare tutti i problemi… ma con molta fatica, soprattutto fisica”.

Quando Massimo ha diciannove anni, e i suoi fratelli diciassette e nove, il padre si ammala gravemente e viene a mancare nel giro di pochi mesi. Massimo, che sta frequentando con successo l’ultimo anno delle superiori, e sta pensando di iscriversi all’Università, si sente investito della responsabilità di provvedere alla famiglia. “Bisognava lavorare, perché mia madre era operaia e i miei fratelli andavano ancora a scuola. Quei tempi aiutavano dal punto di vista occupazionale. Ebbi diverse occasioni, anche se non era quello che avrei voluto fare, perché mi sarebbe piaciuto studiare Economia, alla quale infatti mi iscrissi, ma senza riuscire a proseguire per molto perché il lavoro era impegnativo”.

Con questo senso di responsabilità Massimo vive in casa fino a trentuno anni, lavorando e aiutando la famiglia, “come un fratello maggiore rispettato”. Nel 1989 esce di casa per sposarsi con Monica con la quale vive ancora, insieme a un figlio (Alessandro, 1992).

 

Percorso di studi nelle scuole dell’obbligo di Casalecchio (Elementari e Medie). Scuole superiori all’Istituto per Ragionieri Pier Crescenzi di Bologna dove frequenta i primi tre anni per ritornare a Casalecchio gli ultimi due, a seguito dell’apertura di una succursale.

E se Casalecchio è il territorio dal quale Massimo non riesce a evadere (per dirla ironicamente, il leit-motiv di un “eterno ritorno”), il ruolo di rappresentante, che gli viene progressivamente riconosciuto fuori di casa, è la pista sulla quale corre il suo senso civico e il suo precoce desiderio di partecipazione. “Mi è difficile dire se volutamente o meno, ma sono sempre stato un riferimento per gli altri. Una caratteristica che molte persone vedono in me è quella di essere rappresentativo delle loro esigenze. Forse perché sono una persona tendenzialmente tranquilla e riflessiva, un mediatore… Appena entrato alla Scuola superiore venni eletto come rappresentante di classe e lo stesso si ripropose anche all’Università, nei pochi anni che la frequentai, prima a Economia e Commercio e poi a Scienze Politiche”.

Come rappresentante degli studenti Massimo organizza, negli ultimi anni delle superiori, alcune iniziative importanti. È il 1977 e anche la sede distaccata del Pier Crescenzi di Casalecchio respira il clima di fermento politico che scuote Bologna. Favorito dal rapporto con alcuni insegnanti progressisti, e recuperati alcuni contatti del padre, Massimo organizza all’interno della Scuola due momenti di riflessione politica, uno sulla nuova riforma scolastica, l’altro sul mondo del lavoro.

Sono gli stessi anni dei Decreti Delegati e Massimo si impegna anche nell’organizzazione delle elezioni studentesche. È l’occasione per entrare in contatto con Ghino Collina che all’epoca è assessore alla Scuola e poi diventerà Sindaco.

Un iter che combina tensione politica e presenza sul territorio. È la presenza fisica di chi è ricondotto dagli eventi al proprio Comune come a uno spazio inevitabile, ma anche di chi riconosce progressivamente quel luogo come una dimensione capace di attribuire specificità e autonomia.

“L’organizzazione delle elezioni studentesche fu un primo momento di differenziazione nei confronti di mio padre. In quell’occasione partecipai anche a una trasmissione televisiva su TeleZola. Quando tornai a casa, mio padre mi disse che avrei potuto fare meglio, ma fu positivo nei miei confronti. Fu in qualche modo una legittimazione. I miei riferimenti, anche se non erano i suoi, erano riconosciuti. Non mi sentivo parte del mondo cattolico, ma non sono neppure mai stato iscritto al PCI. Anche se il mio orizzonte era la sinistra (il filone della socialdemocrazia europea), gli schieramenti mi sembravano troppo riduttivi. Nell’occasione di quelle elezioni i cattolici si riconobbero nella lista di sinistra, che era quella che io sostenevo. Fu una sorta di antefatto di un’esperienza nella quale in seguito, con la nascita del PD, mi sarei riconosciuto”.

 

Alla conclusione delle Scuole superiori, nonostante la necessità di indirizzarsi al mondo del lavoro, Massimo si iscrive all’Università. “Prima mi iscrissi a Economia e Commercio e poi passai a Scienze Politiche, che offriva dei corsi serali e rendeva più possibile una conciliazione con il lavoro. Ho dato una decina di esami tra le materie che più mi attraevano: Filosofia, Storia e Metodologia della ricerca storica, Sociologia… poi capii che non era possibile tenere insieme Università e lavoro. Lo ammisi con rimpianto, perché andavo bene, e studiare era sempre stato un mio desiderio, ma in conclusione pensai che fosse la scelta più realistica. Interruppi gli studi, chiudendo addirittura il capitolo con la presentazione della rinuncia formale”.

 

Diplomato nel 1978 Massimo comincia a lavorare nel dicembre dello stesso anno per una sostituzione presso il Credito Romagnolo di Bologna, con l’incarico di sportellista. Si tratta di una sede “difficile” per una serie di problemi tra i dipendenti. “Il Credito Romagnolo era la banca ‘dei preti’, era stata fondata dall’Azione Cattolica e all’epoca era gestita in modo paternalistico. Era un’Azienda dove era difficile dichiararsi di sinistra o svolgere nel proprio tempo libero attività politica pubblica. Quando alcune persone (conoscenti di Casalecchio e dell’Azienda) mi proposero di entrare nel Sindacato, ero stato assunto da poco, dopo l’esonero dal servizio militare per motivi familiari. Aderii e fui tra i fondatori della CGIL all’interno della Direzione Generale del Credito Romagnolo. Era un passaggio che non avevo immaginato e che però stava dentro le mie logiche e a quello che avevo visto fino a quel momento in quel contesto aziendale”.

L’adesione alla CGIL è seguita a breve da un passaggio di ruolo. A causa della morte improvvisa del suo predecessore, Massimo diventa, appena ventenne, rappresentante sindacale per il Credito Romagnolo e successivamente, a motivo di questo incarico, membro degli organismi provinciali e regionali per la categoria bancari e assicurativi della CGIL.

È un impegno che congela carriera e qualificazioni. I passaggi che lo portano dalla funzione di sportellista a quella di operatore dell’Ufficio Esteri, poi del settore Bilancio e infine di quello Legale (per il quale tutt’ora lavora), sono transiti piuttosto che avanzamenti.

“Allora c’era una idealità e un senso della battaglia politica che oggi non c’è più. Aderendo al Sindacato facevi una scelta di campo. Lo sapevi e decidevi di percorrere quella strada. Io l’ho scelta perché avevo avuto da subito un’impressione negativa del modo in cui l’Azienda gestiva i dipendenti”.

Nel suo ruolo di rappresentante sindacale Massimo accompagna l’Azienda in quel percorso di successive fusioni che portano il Credito Romagnolo a diventare parte di quella che è oggi Unicredit. Tra queste la più importante, relativamente alle trattative sindacali, è quella che, nel 1995, sommando Credito Romagnolo a Carimonte, segna la nascita di Rolo Banca 1473. In quel caso Massimo è il coordinatore della delegazione sindacale per la CGIL. Una figura rispettata, sia per competenza, che per evolversi dei tempi. “I primi anni che facevo attività sindacale in Azienda, i colleghi mi evitavano, per paura di ripercussioni; al momento della fusione erano addirittura i dirigenti della Banca che mi venivano a cercare”.

Intanto cresce l’impegno a livello regionale. “Nel 1988 facevo parte della segreteria da qualche anno quando, un giorno, vengo chiamato dal Responsabile che mi dice che vuole dimettersi. Così, di punto in bianco. Il fatto fu che il Sindacato dovette decidere rapidamente una sostituzione. Io ero piuttosto giovane rispetto all’età media dei miei colleghi e rappresentai un investimento in crescita e rinnovamento. Fui proposto in coppia con un altro, che aveva posizioni che controbilanciavano le mie. Insieme davamo una certa garanzia di equilibrio e di tenuta, e così fummo scelti tutti e due. Diventai Segretario responsabile in modo inaspettato e imprevedibile”.

Come in altri momenti della sua vita Massimo si trova a ricoprire un ruolo che non ha inseguito, che altri prima di lui hanno pensato per lui, e che però non sfugge, rimettendo alla valutazione di chi lo sceglie la propria disponibilità e il proprio impegno. “Nella mia vita ci sono stati degli snodi che a un certo punto hanno cambiato tutto. In tutte queste occasioni quello che è successo era completamente fuori dai miei pensieri e anche dalle possibilità obiettive di cambiamento. Quello che ho imparato da questi momenti è che non bisogna avere una visione della vita troppo rigida perché a volte le cose si muovono ben al di là di quelle che sono le previsioni e se si è troppo rigidi non si riesce a seguirle”.

L’attività di Segretario responsabile regionale impegna Massimo per dieci anni. Il suo è un compito di coordinamento in tutte le aziende del settore bancario e assicurativo dell’Emilia Romagna che comporta talora presenze a livello nazionale in rappresentanza della sezione regionale. Sono dieci anni in cui il Sindacato vive il passaggio dalla composizione per componenti partitiche a quella per rappresentanze di aree di pensiero. Un’evoluzione che rispecchia il passaggio, a livello governativo, tra Prima e Seconda Repubblica e che fa del Sindacato, ancora di più, uno specchio della politica nazionale.

Passati questi dieci anni (all’incirca tutti gli anni Ottanta), Massimo esce gradualmente dal Sindacato ed entra progressivamente nella politica locale.

Aderisce ai DS, come componente della segreteria comunale, e diventa successivamente membro della direzione provinciale.

Sollecitato alla candidatura da alcuni compagni di partito (tra i quali Ghino Collina) e da alcuni amici delle associazioni, Massimo si candida alle elezioni del 1999 e viene eletto consigliere, ricoprendo per un certo periodo anche la carica di capogruppo consigliare in sostituzione di una collega.

Nel 2004, nell’ambito delle consultazioni per le imminenti elezioni, si presenta all’interno di una rosa di candidati a Sindaco. La scelta cade su Simone Gamberini e Massimo, che è stato rieletto in Consiglio Comunale, viene chiamato a ricoprire la carica di Assessore delegato alle Politiche Sociali e Sanitarie. Ricandidato alle elezioni del 2009 è nuovamente eletto e confermato come membro della Giunta con le medesime deleghe del precedente mandato.

“Presentarmi alle primarie del 2014 per la carica di Sindaco mi è sembrata una scelta conseguente all’impegno di questi anni. Con il successo nelle primarie del centrosinistra e, successivamente, con il 62,4% dei voti raccolti al primo turno nelle elezioni amministrative, si conferma la fiducia che gran parte dei cittadini hanno voluto esprimere ancora una volta a me e alla coalizione che rappresento”.

 

Sul piano sociale sono due gli impegni più significativi di Massimo. Il contributo dato alla crescita della Pubblica Assistenza di Casalecchio (un’associazione importante non solo per la gestione dei servizi di emergenza ma anche per la cura di buona parte dei trasporti ai Centri Diurni di molte persone anziane e per l’attività di tele compagnia) e la partecipazione alla Società Ciclistica Ceretolese, per la quale corre dai tredici ai sedici anni e che ha seguito per diversi anni come Dirigente e come dilettante appassionato.

 

Autovalutazione

Penso che la capacità di gestire conflitti sia la mia caratteristica principale. Avendo alle spalle una storia sindacale, non ho troppi problemi ad affrontare situazioni di conflitto e a mantenere la calma, anche quando attorno a me c’è esasperazione. Di fronte al conflitto mi tranquillizzo e questo aiuta a trovare le soluzioni migliori.

Quanto senti politicamente di riuscire a mantenere e consolidare relazioni?

“In un contesto nel quale le difficoltà sono in aumento, sento di essere capace di quella conoscenza e di quell’approfondimento dei problemi necessari a proporre mediazioni efficaci tra esigenze e soggetti diversi e in conflitto tra loro”.

 

Quanto senti politicamente di riuscire a gestire conflitti?

“Penso che sia la mia caratteristica principale. Avendo alle spalle una storia sindacale, non ho troppi problemi ad affrontare situazioni di conflitto e a mantenere la calma, anche quando attorno a me c’è esasperazione. Di fronte al conflitto mi tranquillizzo e questo aiuta a trovare le soluzioni migliori”.

 

Quanto senti politicamente di riuscire a comunicare?

“In questi anni ho aumentato la mia capacità, anche a motivo del costante contatto con gli organi di stampa. Inizialmente ho cercato, da autodidatta, di rendere la mia comunicazione il più trasparente e propositiva possibile, poi, con l’aiuto dei professionisti dell’ufficio stampa comunale e di esperti universitari, di raffinarla, rendendola più essenziale e sintetica”.

 

Quanto senti politicamente di riuscire a risolvere problemi?

“Risolvere problemi non vuol dire venire incontro a qualunque richiesta, ma piuttosto trovare delle sintesi che valorizzino tutti i possibili elementi di evoluzione. Le risposte allora possono anche non essere complete, ma tengono conto della complessità delle situazioni. Quando c’è un incontro su qualche problema, non mi presento mai pensando che non ci sia niente da fare. Nell’affrontare le questioni emergono idee nuove e le soluzioni si trovano strada facendo e questo mi conferma nel fatto che il cambiamento è una sinergia di elementi tra i quali la disponibilità al confronto è fondamentale”.

 

Quanto peso politico senti di avere?

“Rispetto alla comunità che rappresento penso che la figura del Sindaco sia un riferimento prioritario. Le persone ripongono in te le loro speranze e confidano nel Sindaco per la soluzione dei propri problemi, a volte anche oltre le possibilità reali di intervento che ha un Comune. Però c’è questo affidamento forte delle persone, anche di quelle che non ti hanno votato. È qualcosa che responsabilizza molto e che motiva il peso politico”.

 

Quanta leadership senti di avere?

“Penso di averne, ma non sono un trascinatore di folle. Ho degli ‘estimatori’, delle persone che si affidano, che pensano che possa aiutarle a risolvere i propri problemi”.

 

Riflessione

Solidarietà è la capacità di investire per ridurre le disparità, perché questo rappresenta una crescita complessiva della nostra società che va a beneficio di tutti. Non solo di chi è più debole, ma anche di chi è più forte.

Qual è la tua idea di sovracomunalità?

“La intendo sul piano istituzionale. Quella che potrebbe essere un’Unione dei Comuni relativa all’intero Distretto. Una forma di coordinamento capace di mantenere contemporaneamente un livello di gestione macro e un livello di attenzione micro, che non facciano sparire il singolo Comune, ma che lo valorizzino come nodo di una rete più ampia”.

 

Qual è la tua idea di sussidiarietà?

“È quella di una forte valorizzazione del mondo del volontariato, non in sostituzione dei Servizi pubblici, ma per la loro tenuta e la loro qualificazione”.

 

Qual è la tua idea di solidarietà?

“Solidarietà è la capacità di investire per ridurre le disparità, perché questo rappresenta una crescita complessiva della nostra società che va a beneficio di tutti. Non solo di chi è più debole, ma anche di chi è più forte”.

 

Qual è la tua idea di omogeneità?

“L’idea è quella che ci sia un trattamento paritario rispetto alle esigenze su tutto il territorio distrettuale”.

 

Qual è la tua idea di condivisione/differenziazione?

“Presupposto che è fondamentale garantire livelli essenziali di Servizi in modo condiviso e omogeneo, poi può essere utile differenziare alcuni Servizi a seconda delle diverse peculiarità geografiche o sociali. Tutto però nel rispetto di un’omogeneità di fondo”.

 

Quanto senti significative e incisive le Politiche di Pari Opportunità all’interno di ASC InSieme?

“Le politiche di Pari Opportunità sul nostro territorio sono sicuramente significative. Penso che all’interno di ASC InSieme sia stato sviluppato su questo tema un lavoro importante negli ultimi anni e che gli strumenti e le azioni abbiano esteso la riflessione dai temi specifici all’impianto complessivo dell’amministrare”.